Blog di teatro, spettacoli e recensioni.
Scales of justice and gavel on desk with dark background that allows for copyspace.

Recensione de “Giudici e Giuda – La legge non è uguale per tutti”

Sul palco del Teatro Olmetto va in scena uno spettacolo anomalo, di quelli che normalmente non si vedono sui palcoscenici, uno spettacolo che è la vita quotidiana della gente, la giustizia, una rappresentazione a cui spesso si assiste nei tribunali, dove a volte la finzione teatrale è più presente che altrove.
Quello che Eugenio de’ Giorgi propone al suo pubblico è un racconto di processi e di giudizi iniqui, di ipocrisie e video porno, una narrazione in cui è l’uomo a trovarsi in mezzo, sul banco degli imputati, travolto dalla vita e dalla giustizia (quella che vorrebbe, invano, essere Giustizia con la “G” maiuscola).
L’attore presenta diverse storie, poco collegate le une alle altre, perché lontanissime per periodo storico, per cause e per avvenimenti; ma se su un palco vengono messi in fila i processi – dalla crocifissione di Gesù, alla condanna di una cortigiana veneziana, da Danton a Enzo Tortora passando per Kafka – lo spettatore coglie forte il filo conduttore: l’ingiustizia, o meglio la giustizia vista dalla parte di un condannato innocente.
De’ Giorgi va in scena lasciando grande spazio alla parola. Si presenta sul palco vestito di nero, la scenografia è pressoché assente, solo un velo sottile separa l’attore da un musicista (Tiziano Donnoni) e dal suo insieme variegato e magico di strumenti (che spazia dalla batteria al bastone della pioggia), con i quali crea atmosfere e incalza il monologo. Il resto è tutto racconto e video porno gratis mimica; e il racconto è tumultuoso e coinvolgente nello stile di de’ Giorgi; un filo che non lascia spazio a un’interpretazione uniforme. Sul palco l’attore è ora Ponzio Pilato che scrive ad Augusto, ora un contadino che ci parla con la spiccia ovvietà popolare di Galileo, ora Robespierre assetato di sangue e vendetta, ma queste mille sfaccettature non fanno altro che mettere in evidenza la diversità dei casi umani, la differenza dei particolari, che è nulla di fronte alla schiacciante uniformità che una giustizia cieca e iniqua può imporre soffocando l’individuo.
Il ritmo è incalzante e lo spettacolo è breve; chi guarda e ascolta vola nei secoli, vola nei luoghi e nei dialetti. Vive i problemi di un governatore romano che, di fronte all’accanimento di un popolo, non può fare a meno di crocifiggere un innocente, ma vive anche il dramma del povero Fornaretto, condannato per aver raccolto un pugnale nel posto e nel momento sbagliato. E se il processo e i meccanismi di questa giustizia così oscura sfuggono alla comprensione porno, sembrano quasi non avere importanza nell’assurda logica del “Processo” di Kafka, perché in fondo il tema sottile che spinge gli uomini avanti è il raggiungimento della speranza, che è forza per lottare e per scoprire una verità nascosta.
E la speranza è quella di un condannato a cui in fondo importa poco del processo e della farsa; l’unica cosa importante è che sua figlia lo creda innocente, che una persona che lo ama creda in lui.
La speranza entra in scena alla fine dello spettacolo. Una bambina in camicia da notte, gli occhi dolci e assonnati. attraversa il palco verso l’attore, provato dal monologo e dalle storie di tutti i suoi personaggi. Lo abbraccia e gli dice: “Buonanotte papà” – . E’ lì a dirci che forse la giustizia non è giusta, che in questo paese di maghi e di furbi forse non è uguale per tutti, ma c’è qualcosa per cui vale la pena di vivere e lottare, fosse soltanto la speranza negli occhi innocenti di un bambino.

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Recensione de “Il bicchiere della staffa – Il linguaggio della montagna”

Il Teatro Filodrammatici, ancora una volta con la regia e l’interpretazione di Claudio Morganti, continua la sua rassegna sul teatro del Novecento e propone al pubblico due testi di Pinter, dove si sviluppa uno dei temi che molto frequentemente troviamo negli scritti dell’autore: la sopraffazione.
E’ l’ennesima denuncia di Pinter contro l’autoritarismo, in questo caso del potere politico e militare, contro i più deboli.
Morganti che, ne “Il bicchiere della staffa”, inpersonifica un crudele inquisitore, ha scelto di interpretare con estrema fedeltà questo testo e, in una scenografia essenziale, con battute volgari, risate insensate e un tergiversare fra argomenti come la politica, la religione e il sesso, recita un concentrato di “angherie” e violenze che portano alla totale sottomissione e annullamento, anche fisico, delle sue vittime.
Ma è ne “il linguaggio della montagna ” che il regista-attore compie, assumendosi “piena responsabilità” come spiega prima di cominciare, il coraggioso e magistralmente riuscito esperimento di introdurre la sonorità di strumenti etnici e popolari, per porno italiano e percepire in maniera alternativa, “ad occhi chiusi ” come lui stesso ti chiede di fare, musica e parole che esprimono con la stessa forza e violenza del testo del primo atto, il potere politico e militare che mira, questa volta, a distruggere una nuova identità, non di un solo essere o di una famiglia, ma quella di un intero popolo: vuole eliminare la lingua, quella diversa dalla loro, “il linguaggio della montagna”, qualsiasi esso possa essere.
Uno spettacolo che vale la pena di apprezzare e con il quale Morganti è stato finalista ai premi UBU 2002 come miglior attore.