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Recensione de “Il bicchiere della staffa – Il linguaggio della montagna”

Il Teatro Filodrammatici, ancora una volta con la regia e l’interpretazione di Claudio Morganti, continua la sua rassegna sul teatro del Novecento e propone al pubblico due testi di Pinter, dove si sviluppa uno dei temi che molto frequentemente troviamo negli scritti dell’autore: la sopraffazione.
E’ l’ennesima denuncia di Pinter contro l’autoritarismo, in questo caso del potere politico e militare, contro i più deboli.
Morganti che, ne “Il bicchiere della staffa”, inpersonifica un crudele inquisitore, ha scelto di interpretare con estrema fedeltà questo testo e, in una scenografia essenziale, con battute volgari, risate insensate e un tergiversare fra argomenti come la politica, la religione e il sesso, recita un concentrato di “angherie” e violenze che portano alla totale sottomissione e annullamento, anche fisico, delle sue vittime.
Ma è ne “il linguaggio della montagna ” che il regista-attore compie, assumendosi “piena responsabilità” come spiega prima di cominciare, il coraggioso e magistralmente riuscito esperimento di introdurre la sonorità di strumenti etnici e popolari e percepire in maniera alternativa, “ad occhi chiusi ” come lui stesso ti chiede di fare, musica e parole che esprimono con la stessa forza e violenza del testo del primo atto, il potere politico e militare che mira, questa volta, a distruggere una nuova identità, non di un solo essere o di una famiglia, ma quella di un intero popolo: vuole eliminare la lingua, quella diversa dalla loro, “il linguaggio della montagna”, qualsiasi esso possa essere.
Uno spettacolo che vale la pena di apprezzare e con il quale Morganti è stato finalista ai premi UBU 2002 come miglior attore.